Perché sono favorevole al suicidio

David Foster Wallace:

La persona la cui invisibile agonia raggiunge un livello in cui non è più sopportabile si ucciderà, così come una persona intrappolata in un edificio in fiamme alla fine si butterà dalla finestra. Non dare un giudizio affrettato sulle persone che si gettano dalle finestra di una stanza che sta bruciando. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo io o te se ci affacciassimo da una finestra più o meno situata alla stessa altezza; la paura di cadere rimane costante. La variabile, qui, è l’altro terrore, quello dovuto alle fiamme: quando ti raggiungono, morire per la caduta diventa il minore dei due. Non è un desiderio di gettarsi; è terrore delle fiamme. Eppure nessuno dal marciapiede, mentre guarda in alto e urla “No!” e “Tieni duro!”, può comprendere le ragioni del salto. Davvero, non può farlo. Dovresti essere intrappolato nelle fiamme tu stesso per comprendere un terrore più grande di quello di cadere.

Nessuna persona che si suicida vuole veramente morire, hanno tutti paura della morte come noi. Ma esistono paure più grandi, ben più difficili da affrontare.

L’inizio della fine

Se ho deciso di scendere in campo […] è perché sogno — ad occhi bene aperti — una società libera di donne e di uomini, dove non ci sia la paura, dove al posto dell’invidia sociale e dell’odio di classe stiano la generosità, la dedizione, la solidarietà, l’amore per il lavoro, la tolleranza, e il rispetto per la vita.

Come sei cambiato, Silvio.

Perché sono ateo ma ho deciso di credere

Sono il tipico ragazzo italiano. Cresciuto in una famiglia cattolica (quasi mai) praticante, Messa la Domenica quando non avevo le partite di pallone, Catechismo il Mercoledì.

Verso i quattordici anni sono subentrato nel periodo classico in cui criticavo e mettevo in discussione ogni autorità, dalla mia famiglia al sistema sociale. Il cattolicesimo ha avuto la sfortuna di incrociare la mia strada in quel frangente di tempo e neanche a dirlo è stato silurato.

A diciotto anni ho cominciato a pormi domande sul senso della vita, ma questa volta senza troppi preconcetti, grazie anche alla sempre più profonda comprensione delle filosofie occidentali degli ultimi millenni. Grazie Nietzsche.

Facendo un passo indietro, a quattordici anni ho anche avuto il mio primo incontro con le filosofie orientali, in particolare con lo Zen. Non l’ho mai capito veramente fino ad adesso. Non voglio rispiegare su cosa verta, potete leggere “Se ti chiederò di leggere questo articolo, uccidimi!” a riguardo. Ma torniamo ad oggi.

Parlo regolarmente di religione, ateismo, e più in generale metafisica con le persone che conosco. Una di queste mi ha spiegato la sua particolare posizione. Ve la illustro:

Simone era legatissimo a sua madre, Angela. Angela era l’unica persona che veramente capiva Simone. L’unica con cui parlare. Angela è morta. Simone adesso ha quasi cinquant’anni, una moglie, un figlio; una famiglia come quelle dei film. Non c’è nessuno, però, con cui Simone riesca a parlare come lo faceva con Angela.

Simone è una persona intelligente, sa che le storielle sul peccato originale, l’inferno, l’arca di Noè e tutto il resto sono, appunto, storielle. Simone ogni giorno combatte contro la vita, cerca di non affondare. L’unico pensiero che gli permette di non cedere è l’idea che un giorno riuscirà a rincontrare Angela, ci potrà fare una chiaccherata e parlarci liberamente. Come faceva una volta.

Simone è ateo, ma ha bisogno di credere.

So che il mondo non è giusto. O perlomeno, non è necessariamente giusto. Se io dono mille euro alla Croce Rossa non è detto che il karma se ne accorga e mi ricompensi con una promozione a lavoro. No, questa è un’illusione che abbiamo creato. Se doni mille euro alla Croce Rossa hai donato mille euro alla Croce Rossa. Non ci sono significati o conseguenze nascoste.

Lo Zen significa accettare lo stato delle cose. Accettare che puoi essere buono per tutta la vita ma non per questo sarai ricompensato. Accettare che la morte di tua madre non è conseguenza di un bel niente, se non della sua vecchiaia e del suo cuore che arrancava sempre di più. Accettare che l’universo è indifferente nei nostri confronti.

Eppure io sono debole. Sono una persona fragile. Non mi basta sapere che solo io condizionerò il mio destino. Ho bisogno di sapere che tutto questo abbia un senso, che è ben lontano dal senso cattolico, islamico o quant’altro. Devo poter vedere la stessa luce negli occhi delle persone che incontro per strada e con cui ho a che fare. Ho bisogno di sapere che anche loro credono che un mondo migliore sia possibile.

Sia chiaro, sono un ateo convinto e sono d’accordo con lo Zen. A volte, però, nel momento del bisogno, ho necessità di appoggiarmi ad un bastone tramite cui sorreggermi. Non sempre riesco a stare in piedi da solo e non credo che ci riuscirò mai.

Sono ateo, ma ho deciso di credere.

Sarò felice di pagare le tasse

Mark Cuban:

In questi tempi di “Grande Recessione” non dovremmo cercare di nascondere i benefici di essere ricchi dietro le quinte. Dovremmo celebrare e incoraggiare le persone a fare più soldi possibile. “Profitti” significa “soldi da poter tassare”. Sebbene qualcuno trovi disdicevole dover pagare le tasse, io non la penso così. Lo trovo un gesto patriottico.

Se mai nel mio futuro sarò annoverabile tra i “ricchi”, dover pagare le tasse sarà l’ultimo dei miei problemi. Sarò fiero di farlo. Pagare le tasse significa decidere di togliersi qualche possibilità al fine di permettere a tutti di poter migliorare la propria qualità della vita. Significa credere che nonostante il duro lavoro fatto per raggiungere lo status attuale, siamo anche stati fortunati ad avere avuto la possibilità di iniziare questa scalata. Significa capire che abbiamo più soldi di quanti se ne potranno mai spendere, beni extra-lusso a parte che non servono davvero a nessuno.

Se un giorno quando farò la denuncia dei redditi mi accorgerò che coi soldi tassati avrei potuto comprare una Ferrari, o il primo computer mai usato da Steve Jobs, non sarò così infelice. Quei soldi saranno usati per portare l’acqua nelle case delle persone, per offrire un sistema di servizi pubblici, o per insegnare la storia e la matematica a dei bambini in modo che un giorno anche loro possano provare questa sensazione. Il denaro a me sottratto verrà usato per compiere l’atto più nobile di tutta la mia vita, sarò fiero di pagare le tasse — e di pagarne tante.

Velo di Maya

Dicono che il problema sia raggiungere l’abisso. Scavare sempre più in basso. Andare sempre più giù. Dicono che quando arrivi a toccare il suolo puoi solo che risalire. Se non puoi scendere, allora salirai.

Non hanno capito un cazzo.

La paura non ti devasta quando stai scendendo. Non ti attanaglia quando ti schianti. No, niente di tutto questo. Il terrore, quello vero, ti prende quando capisci che non tornerai mai più in superficie.

Sei cadi in un pozzo muori. Forse hai fortuna e vivi. Rimarrai paralizzato. La paura ti prende, è buio e non capisci cosa fare. Pensi che sai derivare con successo un’equazione di secondo grado, ma non hai la minima idea di come salvare la tua vita ed uscire. Grazie, liceo.

È per questo che la gente si ammazza. Raggiunge lo hiatus. Stallo. La calma perfetta. Tra 14 miliardi di anni l’universo avrà consumato tutta la sua entropia e si assesterà sui meno 143 gradi. Nessuna particella si muoverà più. Nessuna vita potrà nascere. La calma perfetta.

Se hai raggiunto questo stadio, la tua vita è finita. Non ti è concesso fidanzarti, trovare casa, accendere un mutuo, convivere, sposarti, fare figli, scoprire la passione per il golf, scopare di nascosto con una diciannovenne, cambiare moglie, fare un altro figlio, diventare un vecchio stronzo e rimbecillito, e morire. No. Se hai raggiunto questo stadio, la tua vita è finita. E lo sai.

Un momento Zen. Un attimo fugace in cui un cazzo di velo di Maya a pois viene spostato dal vento e che ti mostra la verità. Riesci a vederti con occhi obiettivi e sai che non ne uscirai mai. Puoi andare avanti, ma ormai lo hai capito. È fin troppo chiaro per continuare a fare finta di non comprenderlo.

Non è quando raggiungi l’abisso che la paura ti prende. È solo quando capisci di non poter più risalire, è solo in quel momento che il terrore si impossessa di te e smetti di vivere.

Boom. Sei morto. Un po’ però sei durato, dai.

Boom. Sei morto.


# Le montagne russe. Ecco cosa mi ricorda. Le montagne che se inizi con la discesa con la bocca aperta non riesci più a chiuderla. Gli occhi ti fanno male. C’è gente sotto di te Cristo Santo. Toglietevi, coglioni. Ma non ti hanno visto saltare?

§ Tua madre? No. L’università? No. Quella puttana della tua ragazza? Non scherzare. Per che cazzo sei morto allora? Che t’è preso per buttarti?

# Non era come avevi letto su wikipedia. Non è vero una sega, non sei ancora svenuto e i piani son quasi finiti.

§ Avevi tutto. Non è la solita frase fatta. Genitori che ti tirano dietro soldi. Una figa per svuotarti. Amici manipolabili.

# È adesso che dovrei rivedere il film della mia vita?

§ È per questo che ti sei trascinato? La verità è che nessuno sapeva cosa dovevi fare, e lo sapevi. Ma te lo sei fatto suggerire, la tua testa sapeva a cosa eri destinato, perché ha sempre intravisto cosa dovevi fare.

# È tutto finito. Adesso svieni. La melma nella tua scatola cranica va in black-out e termina la sofferenza. Non puoi reggere la pressione. Sei morto. Stai per morire. Ti sei buttato, sei già a buon punto. Ma che cazzo hai fatto. Ora non torni più indietro. Ma forse è un bene.

§ Tu la luce alla fine del tunnel l’hai vista appena nato.

# Chapeau. La maggior parte non arriva nemmeno a questo momento. Lo sai che se per disgrazia hai un’erezione perdi l’equilibrio e cadi? Li potrebbero fare più larghi, questi muretti.

§ Tanto di cappello. Hai interpretato alla perfezione la tua parte. Sei il regista della tua realtà. Hai popolato Matrix, ma la gente che ci hai messo non ti è mai piaciuta.


Un po’ però sei durato, dai.

Non sono un critico musicale ma penso di poter dire la mia sul concerto degli Arcade Fire a Lucca

A volte mi chiedo cosa si provi a essere uno che di musica se ne intende. Uno di quelli che ascoltano cinque nuovi album al mese, sempre sulla cresta dell’onda. Ne sapranno sicuramente più di me, e sicuramente sapranno descrivere in maniera più accurata la padronanza tecnica dimostrata da Tizio durante l’ultima Jam Session a quel circolo di artisti con ventitre persone presenti, tutti intenditori col baffetto.

Io con la musica ho un altro rapporto: non la divoro, la vivo. Non riuscirei mai a scrivere una recensione citando tutti i pezzi, andando ad allegare a ogni traccia una piccola battuta che ne faccia capire la sua interezza in una frazione di secondo. Sarò io, ma sono convinto che difficilmente una canzone sia sintetizzabile in poche parole — per quanto bravo sia il recensore. Se la musica fosse fatta solo da testi e note la vita del critico sarebbe facile: cerca di capire il tema comune, di cosa si parla, e per finire allunga il brodo con qualche commento pungente sull’incapacità del bassista di dare profondità all’ascolto. «Eh, fossero tutti come Peter Hook!»

Il problema è che la musica non è niente di tutto questo. O perlomeno, lo è solo in una minima parte. Negli anni, chi in un modo chi in un altro, tutti gli artisti hanno avuto un solo tema comune: la disillusione. Sono disilluso perché da piccolo la tipa che mi piaceva non mi ha mai considerato. Sono disilluso perché vedo una disparità socio-economica che dovrebbe far accapponare la pelle a chiunque la osservi. Sono disilluso perché mi son girati i coglioni e non ho trovato una soluzione.

Finisce che sì il testo di un pezzo è importante, ma parliamoci chiaro: ognuno ci legge un po’ quel che cazzo gli pare.

Pensare che gli Arcade Fire mi stavano sulle scatole (!) è inimmaginabile. Last.fm un bel giorno mi propose di ascoltare Haiti, la quale presto tacciai come lamento inascoltabile. Si vede che non ci capisco niente di musica, ma son fatto così, cosa ci vuoi fare.

Con The Suburbs ho riscoperto la bellezza di una musica pulita (ma elaborata), più accessibile della maggioranza dei pezzi che stavo ascoltando in quel periodo. Una musica quasi di cuore, ma son sicuro che non va descritta così, che di cuore è pure quello che scrive Gigi D’Alessio.

Pensare che gli Arcade Fire mi stavano sulle scatole è inimmaginabile, ma lo è ancora di più il rendermi conto che il loro concerto che ho visto Sabato scorso è stato il migliore che abbia mai visto. E a costo di sentirmi dire che ho una vita misera e grigia aggiungo: è stato pure uno dei migliori momenti di tutta la mia vita. Povero Diego.

La scaletta:

  • Intro: un intro anni ’70 precede alcune scene vintage di Scenes from the Suburbs, un corto realizzato giusto qualche mese fa;
  • Ready to Start: lentamente — quanto vigorosamente — gli AF entrano in scena, accolti da una folla tanto stanca quando riempita di gioia alla vista dei loro idoli;
  • The Suburbs / The Suburbs (continued): …

… no, dai, o sono io a essere un pessimo recensore, o non funziona così.

Un concerto non è una serie di tracce una dopo l’altra. Non è l’acustica di un palco che lascia a desiderare. Non è una piazza che dovrebbe esser riempita per vedere i vincitori del Grammy per il miglior Album e invece sembra di stare in quei filmini sul Far West che se passa una palla di fieno almeno hai qualcosa da guardare. No, un concerto non è niente di tutto questo.

Un saggio disse “Se nella vita fai un lavoro che ami, nessuna mattina ti alzerai per andare a lavorare”. Sottotitoli per i non udenti: se vuoi vivere una vita felice, come lavoro fai qualcosa che ami perché altrimenti svegliarsi ogni mattina col broncio son cazzi amari. Vedere gli Arcade Fire suonare è vedere degli scemi che te ne accorgi subito che son contenti di stare lì a suonare. Gente che in quel momento non gli importa del resto del mondo, gente che vuole dare tutto per trasmettere delle emozioni — qualunque esse siano.

Mi sono ritrovato a guardare negli occhi la mia ragazza durante Neighborhood #1 (Tunnels) e piangere di gioia. La canzone è splendida, non lo metto in dubbio; ma sono i ricordi che ho condiviso con la mia ragazza che mi hanno fatto commuovere, non tanto l’urlo scriteriato di un Win Butler che si chiede «cosa cavolo sia successo ai suoi genitori» in una delle ultime battute.

Vedere Régine Chassagne ballare come potrebbe farlo solo una bambina di nove anni mi ha scombussolato. In un attimo la mia vena cinico-destruzionista è stata soppiantata da una leggerezza naïf che mi ha obbligato a non pormi troppe domande e a farmi spuntare un sorrisino pacato, di quelli ti vengono solo quando il tuo cane ti riporta ai piedi l’osso nonostante sia stremato (e sì, chiariamo, lo so che quello del cane e dell’osso è un cliché stra-abusato, ma non mi importa. Se avete un cane chiudete questa recensione, uscite subito e andate a giocarci, vi state perdendo qualcosa di meraviglioso).

Prendetemi per scemo, ma mi capita spesso di non sapere a memoria il testo di tutte le canzoni. O di quelle più importanti. O di quella che amo. Non lo faccio per pigrizia, mi viene naturale. Trovo più importante lasciarmi perdere nella musica, occhi chiusi e mente che lavora incessantemente. Una canzone come una metafora, deve indirizzarti verso un certo tipo di pensiero o ragionamento, ma lungi da lei obbligarti su un unico cammino. Un’approssimazione di uno stato d’animo, talvolta frainteso dall’ascoltatore.

Abbiamo affibbiato al sentimento di due vecchietti che a novanta anni continuano a cercarsi la mano l’uno con l’altro prima di iniziare a camminare la parola “amore”, ma è facile capire che dicendola ad alta voce le sue sfumature più flebili e sfuggenti vengono perdute.

Ed è ugualmente sciocco da parte mia cercare di descrivere il mescolamento di stati d’animo che ho provato durante quell’ora e mezzo; anche se fossi bravissimo non riuscirei mai a raggiungere il mio obbiettivo. “Obiettivo” con una sola “b”, cazzo, i veri recensori hanno cura maniacale della grammatica dei loro scritti.

«Se potessi riaverlo indietro, tutto il tempo che abbiamo sprecato, lo risprecherei ancora una volta. E ancora, e ancora, e ancora». Come darti torto, Win. A volte c’è da smettere di ragionare, smettere di farsi seghe mentali e lasciarsi andare alle più semplici emozioni. Quelle che evitiamo continuamente per paura che siano troppo intense, per paura di non avere la forza di reggerle.

Se ti chiederò di leggere questo articolo, uccidimi!

Ho appena pubblicato un pezzo su Il Mac Minimalista. Un pezzo che non sapevo se mettere qui o di là, ma alla fine ho preferito di là. Ma davvero, è importante averlo anche qui, quindi eccolo.


Lo Zen parla tanto di accettazione. Accettare la nostra condizione, al fine di gustarne appieno ogni momento. Buono o cattivo che sia. L’accettazione come rassegnazione pacifica ma non passiva, l’accettazione come…

… cammini lentamente sulla riva del mare. È sempre stato un po’ buffo per te il mare, sai benissimo che ti piace buttarti in acqua, sentire le onde che si infrangono sopra la tua testa mentre te, attento a non farti pizzicare gli occhi, stai pacatamente osservando il fondo in cerca di qualche animaletto, qualche conchiglia più bella delle altre. Il mare ti solleva, ti rende più leggero, una metafora che non sei mai riuscito a comprendere appieno.

Buttarsi, è il tuo problema, buttarsi significa patire un’intenso dolore per alcuni secondi. Sono brevi momenti di sofferenza, ma sono intensi. Chi è che vuole farsi del male di proposito, ti chiedi. Sei sempre riuscito ad arrivare al punto in cui il livello dell’acqua ti accarezza l’ombelico, gelandoti la pancia. Quando le onde ti sbattono contro il petto senti freddo e fai un passo indietro. Quante volte non sei riuscito a fare il bagno perché temevi troppo il momento del tuffo, quella sofferenza più reale di tante altre cose.

È nel momento in cui decidi di gettarti nell’acqua più profonda, non incurante ma in piena accettazione del tuo destino, è in quel momento che capisci che la sofferenza è parte della tua vita. Una volta in acqua le onde continueranno a bagnarti le parti del corpo sopra il suo livello, il vento continuerà a farti venire dei brividi. Certe volte sarà perfino peggio di quando non eri bagnato.

È solo nel momento in cui ti sei gettato che sei conscio della tua condizione mortale. Morirai. Vivrai una vita in cui sarai felice, riderai, giocherai coi tuoi figli; ma nella stessa vita vedrai tuo padre morire e rimarrai solo.

È solo nel momento in cui decidi di accettare la vita nella sua interezza che riesci ad apprezzarla appieno. Non ti chiederai più il perché degli eventi, ma li affronterai con una forza d’animo più forte che mai. Riuscirai a vincerli, anche nella sconfitta.

Ma non ascoltare la mia lezione. Scoprila da solo. Quando incontrerai Buddha per strada, uccidilo! Quando ti consiglierò di leggere questo scritto, uccidimi! Solo l’esperienza riuscirà a provarti, ed è solo col tuo cammino in cui sarai solo che riuscirai a raggiungere l’illuminazione. Che altro non è che un parolone per descrivere l’accettazione della vita. Che altro non è che un parolone per descrivere il momento in cui decidi di buttarti in mare nonostante il freddo, perché sai che la sofferenza sarà accompagnata da così tanti momenti belli che te la faranno quasi dimenticare.

Trovato morto nudo mentre giocherellava con le sue parti intime a porta chiusa

TROVATO MORTO NUDO MENTRE GIOCHERELLAVA CON LE SUE PARTI INTIME A PORTA CHIUSA. Immagina l’imbarazzo dei tuoi genitori quando leggeranno il titolo sul giornale. Sarai la pecora nera che ha infangato il buon nome della famiglia. Una generazione di lavoratori che non si sono mai fatti nemmeno una canna.

Se ci pensi bene potresti prendere il tuo cane, legargli le zampe alle ruote dell’auto e simulare un incidente. Potresti dire che quando l’hai soccorso ti ha azzannato. Gli hai fracassato le costole per difesa personale. Gli hai ridotto le zampe in poltiglia per evitare che potesse attaccarti dal dietro e prenderti alla sprovvista.

Potresti essere tutto questo e comunque rimanere l’angelo che non doveva morire. Il mondo è ingiusto, assassini per strada e te morto.

Eri uno stronzo ma adesso i tuoi peccati sono stati rimessi. Con la morte non si discute, sulla morte non si scherza. Prendi la tua bara e baciala, perché adesso il ragazzino che ride sul tuo pisello non abbastanza lungo prenderà una sberla da sua madre. Esigo rispetto in questa casa. Bacia la tua bara e porgile rispetto. Adesso sei invincibile.

TROVATO MORTO NUDO MENTRE GIOCHERELLAVA CON LE SUE PARTI INTIME A PORTA CHIUSA. Quanto sei ridicolo. Muore perché dal trampolino si butta e fracassa la testa sul muretto. Muore strozzato dalle cuffie dell’iPod lasciato acceso tutta la notte. Muore mentre fa planking sul terrazzo.

Niente di tutto questo succederà. La tua è una delle tanti morti bianche, i coglioni che anche i giornali si rifiutano di raccontare. Una vita scandita dai tuoi aggiornamenti di stato su Facebook, dove sei sempre sembrato una persona più stronza e più arguta di quello che sei. Tua madre ha dovuto pagare per un inserto 4x3 sul giornale locale. Il tuo pubblico non ti segue più.

Sei diventato una piccola benedizione. Ormai la tua pagina è invasa da piccoli cuoricini di gente che ha parlato con te quattro volte. I tuoi migliori amici. Gente che sei sempre nei miei pensieri. Ti devi vergognare, hai creato un mostro.

TROVATO MORTO NUDO MENTRE GIOCHERELLAVA CON LE SUE PARTI INTIME A PORTA CHIUSA. Con la morte non si scherza.

Il mio “io” pensatore e’ un gran figlio di puttana

La più grande dote dell’uomo è il pensiero, nessuno lo metterebbe mai in dubbio. È il pensiero a distinguerci dagli (altri) animali, è il pensiero che ci ha permesso di andare sulla Luna — pensateci per un secondo, siamo andati sulla Luna! — ed è il pensiero che ha dato la possibilità all’umanità di prosperare. Anche gli altri esseri viventi pensano, siamo d’accordo, ma io intendo un certo tipo di pensiero, quello dell’uomo. La possibilità di analizzare situazioni complesse e capirne cause e conseguenze, nonostante le centinaia di variabili implicate.

Pensare è meraviglioso, ma pensare ti distrugge. Un mio conoscente ha scritto su Facebook: “La felicità delle persone è direttamente proporzionale alla loro ignoranza”. Lasciando un momento da parte la pseudo-discriminazione verso una certa fetta di popolazione che quella frase lascia a intendere, mi concentrerei sul suo significato: perché gli ignoranti sono felici? “Ignorare” = “non sapere”, “non sapere” è una diretta conseguenza del porsi poche domande. È una diretta conseguenza del non pensare — in un certo modo.

La storia, o perlomeno la visione romantica lasciataci da essa, ci racconta che tutti i più grandi intellettuali del passato sono stati grandi pensatori e, in quanto tali, lacerati da questo “vizio”. Quando cominci a porti domande pesanti, quando lasci perdere preconcetti e pregiudizi, solo in quel momento si rivelano le questioni più essenziali e dolorose: cosa siamo? Qual è il nostro scopo, ammesso di averne uno? Cosa succederà alla nostra anima/spirito/mente dopo la nostra dipartita?

Il mio pensiero è stato forgiato da cinque anni di Liceo Scientifico, con un professore particolarmente capace e carismatico. So quindi la risposta biologia a queste domande. Cosa siamo? Organismi governati dal nostro DNA. Abbiamo uno scopo? Sì, mantenerci in salute fino alla pubertà e giunto il momento procreare, procreare, procreare. Cosa ci succede dopo la morte? Niente. Lentamente i nostri organi smettono di funzionare, il corpo si decompone e le cellule vengono “smontate” da organismi che ne trarranno beneficio. E la nostra mente, dove va a finire? Come ho detto tempo fa, la nostra mente, il nostro “io”, è solo un effetto collaterale dell’intricato ammasso di neuroni che compone il nostro cervello e dei vari sistemi che — salendo di complessità — troviamo, fino ad arrivare a ciò che chiamiamo pensiero.

Uno scenario desolante, potrebbe dire qualcuno. Ma è davvero così? Se posso permettermi di dire la mia, be’, direi di no. Il mio calendario segna 29 Marzo 2011 e Wikipedia dà come popolazione mondiale il numero 6,9 miliardi. 6,9 miliardi. Siamo capaci di comprendere davvero questo numero? Pensate alle persone che conoscete: 20 persone dalle elementari, 20 dalle medie, 20 dalle superiori, 50 dall’università, 20 dal lavoro, 10 il vostro gruppo di amici, 20 familiari, più aggiungiamo un bonus di altre 50 anime al conto. Circa 200 persone. 200 persone sono molte meno di mille. Mille sono molto meno di diecimila, diecimila di cento mila, cento mila di un milione, un milione di dieci milioni, dieci milioni di cento milioni, cento milioni di un miliardo, un miliardo di 6,9 miliardi. E, ancora, sono sicuro di non aver reso l’enormità di questo numeretto. Ma passiamo avanti.

Cosa siamo in confronto a centomila persone? Niente. Il mondo può benissimo continuare senza di noi e non battere ciglio. Presi individualmente siamo inutili. Ma questo è un buon motivo per smettere di vivere? Per lasciarsi dilaniare dalla complessità della vita? Riagganciandomi al ragionamento di prima; va bene, la nostra apparizione nel teatrino “Terra” è fugace, fragile e dalle poche conseguenze. Smettiamo di vivere, quindi?

“Il pensiero della morte è atroce”, recita continuamente un mio caro amico. “Il pensiero di poter a mala pena scalfire la direzione presa dall’umanità è atroce” mi sentirei di aggiungere. “Il pensiero di poter essere soltanto una pallida ombra di ciò che vorrei essere veramente è atroce”, continuerei. Potrei andare avanti, ma mi fermo qua.

Ogni giorno devo combattere contro il mio “io” pensatore che pone domande scomode al mio “io” morale, al mio “io” pratico, al mio “io” quotidiano. Ma è quell’“io” maledetto che, come il maschio della mantide mentre si offre come pasto alla sua compagna che porta in grembo la propria prole, mi permette di andare avanti.