Sommersi
Questa qua è una cosa che scrissi non ricordo bene quando per la ragazza che contro tutte le aspettative mi sta ancora accanto. Se non ti piacciono le cose smielose, robe che parlano di sentimenti tipo l’amore, o se il cinismo ti permea e non credi che qualcosa di più tra due persone sia possibile; be’, se almeno una di queste cose è vera, evita di leggere, non ci guadagneresti niente. Se intendi leggere e hai su della musica stoppala, metti questa canzone e dopo un pochino comincia a leggere. Ci sta bene, secondo me.
È strano che la gente abbia paura del mare
Conosco persone che non si sono mai bagnate i piedi
Preferiscono giocare sulla sabbia anche se scotta
Le rive sono spoglie, come non mai
La prima volta che l’acqua così delicata
Mi ha solleticato le dita dei piedi
Pensavo di poter combattere le onde
Che stupido che sono stato
La prima volta che immergi il tuo corpo
In quel freddo liquido trasparente
Non senti altro che dolore, vorresti uscire
E ti chiedi chi te l’ha fatto fare
Sarebbe stupido fermarsi lì eppure
vedo così tante persone che guardano sott’acqua
evitando con cura le buche
che le farebbero cadere
È solo in quell’attimo in cui non hai più timore
di vederti sommergere dal mare
che il tuo corpo sparisce
e scopre di saper nuotare
(Sapevi che non si sentono le onde sott’acqua?)
Tutte le tue paure, le onde che vedevi
Sono come scomparse nel nulla
Ora puoi lasciarti trasportare
E perdere il controllo
Il tuo corpo non esiste
La tua persona è svanita
I sensi si perdono nella percezione
Perché qualcosa di più grande li ha sommersi
Zero
Buttati. Non può essere così difficile.
Le onde non sono che un’illusione. Se le tocchi si scansano. Non lo fanno mica apposta, devono tenerti a debita distanza.
Non provare a buttarti.
Non hai visto niente e non sai cosa c’è sotto. Alza gli occhi. Guarda più in là. Verso il basso. Dovresti riuscire avedere qualcosa, ma non ce la fai. Te lo sei mai chiesto perché?
Buttati.
Parli di essere presente. Dici che le proiezioni mentali sono miraggi. Costruzioni. Hai visto troppe volte Inception, giri con un pezzettino di compensato che dovrebbe aiutarti a capire cos’è reale. Un totem, dai, fa’ la finita. Sei solo ridicolo, non vedi che è tutto una montatura?
Non farlo.
Limiti. C’è un motivo se esistono. Soglie da non oltrepassare. Non sei la prima testa di cazzo che pensa di sapere tutto. Che pensa di aver capito. Potresti provare a metter giù una mano, più a fondo, e vedere cosa succede. A toccare l’acqua, quell’acqua che pensi si scansi ma che non hai mai voluto avvicinare. Una mano. Ma non hai le palle per farlo, non ce l’hai mai avute.
Non hai più tanto tempo.
Se vuoi ti faccio un conto alla rovescia. La tua forza di volontà ti ha portato fin qua, adesso sei te a dover fare il resto. Dieci, nove.
Non ti muovere.
Otto, sette. Hai vissuto tutta la tua vita in questo modo. Hai una ragazza, un piano di studi, e dei genitori che ti pagano le sigarette. Hai l’onore ti porterti uccidere coi loro soldi, hai mai visto qualcuno pagare una persona a cui teneva per vederla ammazzarsi? Sei, cinque.
Vai.
Quattro, tre. A questo punto non esistono idee. Non c’è più spazio. Una sola realtà, quella che hai evitato fino ad adesso. È un momento. Un attimo. Pensa a tutti quei figli di puttana che ti hanno preceduto e che non sono riusciti a farlo. A come li guardi. Il disprezzo. Non sei mai riuscito a perdonarli. Hai provato a capirli, sì, ma non puoi mollare tutto così. Senza palle. Due, uno. Cosa sarà passato loro in testa? Perché? Quando hai capito, quando hai visto come stanno le cose realmente non puoi tornare indietro. Non puoi. È scegliere di inginocchiarsi. Chiedere perdono ad una vita che non hai mai voluto. Che hai chiesto, ma non così. Padrone, mi dica cosa posso fare per lei. Un altro bicchiere d’acqua? Ma non ne ha appena bevuto uno?
Le ho dato qualcosa che non dimenticherà mai
Non hanno capito che l’ho fatto per lei. Io le ho regalato la perfezione, la pace eterna. Voi mi volete ammazzare. Parlate di uno stato libero, cercate la giustizia. Io so di aver agito per il meglio.
Ricordo ancora la prima volta che l’ho vista. Sfiancata dalla routine quotidiana. Ci siamo guardati, mi ha sorriso. Non è servita nessuna parola. Le ho dato cose che gli altri non possono capire.
Non è stato facile decidermi. Chi sono io per farlo? Sono quello giusto? Potrebbe trovare di meglio. Non sono così bello, a volte parlo troppo poco.
Mi sono seduto su un muretto lì vicino all’uscita della scuola. Mi sono vestito bene, trovare la giusta camicia mi ci è voluta una giornata. Quando hai solo una chance per fare una buona impressione devi fare attenzione a tutto. L’ho fissata, quando l’ho vista, non volevo dare segni di debolezza. Quando ha distolto lo sguardo dopo pochissimo ho capito di avercela fatta.
Farlo la prima volta è una cosa che non puoi descrivere. Lei stava piangendo, non l’avevo mai vista così. Abbiamo parlato tanto, ma ho sempre evitato l’argomento, il sesso è ancora un tabù per la società.
Non sono durato tanto, ma sono sicuro che ha capito. Ho creato un momento perfetto, ce ne sono poche che sono fiere del loro primo orgasmo. Mi ha urlato contro ma sono sicuro che capirà. C’erano le candele, la luce soffusa, la musica di Bublè. Ho avuto paura di scadere in un cliché ma ho deciso di farlo lo stesso.
Tanti dicono che non se lo potrà mai dimenticare. L’ho riportata a casa che ancora aveva gli occhi rossi e gonfi, non è entrata subito in casa, ha detto che voleva aspettare qualche minuto per riprendersi, non voleva farsi vedere così. A volte credo sia un po’ troppo timida.
Non credo che mai capiranno cosa ho fatto per te Sara. Ti ho dato qualcosa che le altre non riescono neanche a immaginare. Un giorno mi ringrazierai.
È questo il contenuto della lettera ritrovata nella fodera del cuscino di Fabrizio Terroni, detenuto nel carcere di Sant’Agostino per accuse di violenze sessuali su minore. Si sospetta che sia stata scritta pochi giorni prima che gli altri detenuti lo uccidessero, è probabile che sia stata la causa del gesto.
Provare l’impossibile (cos’è davvero la scienza)
Amedeo Balbi in Provare l’impossibile (grassetto mio, anzi, di Stefano Canali):
Tra le manipolazioni più fastidiose, almeno per me, c’è quella di chi cerca sponda per le proprie convinzioni irrazionali, provando a usare la scienza contro se stessa. L’argomento è più o meno questo: se gli scienziati credono in [riempire questo spazio con un’idea contraria all’intuizione ma ritenuta valida scientificamente] perché io non posso credere a [riempire questo spazio con un’idea priva di qualunque supporto o addirittura impossibile da mettere alla prova]. Esempio: “Se voi scienziati credete alla materia oscura, perché io non posso credere agli unicorni?”. Una variante dell’argomento introduce un elemento storico: “Voi scienziati avete creduto in passato a idee poi rivelatesi false: chi vi dice che non stiate sbagliando ancora (e che invece la mia idea che esistano le fatine del bosco sia corretta?)”
Queste argomentazioni non stanno in piedi innanzitutto da un punto di vista logico: perché, infatti, chi la pensa così dovrebbe cercare avallo nella scienza – che evidentemente non ritiene un metodo valido di comprensione del mondo? Che gliene importa di mettersi a confronto con gli scienziati – che ritiene, lo si legge tra le righe, ostili in modo preconcetto alle proprie idee preferite? Non potrebbe credere semplicemente agli unicorni o alle fatine del bosco o a quello che gli pare, essendo fieramente e coerentemente anti-scientifico? Ma a parte questo, chi argomenta in questo modo ha le idee molto confuse sul modo in cui funziona la scienza. Che, in realtà, è tutto il contrario di un sistema di credenze. Gli scienziati non “credono” nella materia oscura, o nell’esistenza dei buchi neri. In effetti, la scienza è un metodo sviluppatosi esattamente per filtrare le idee, per separare quelle valide da quelle sbagliate. Il lavoro degli scienziati è solo per metà quello di produrre ipotesi, di escogitare idee anche lontane dall’intuizione immediata. Per l’altra metà – in realtà la più importante – è quello di criticare queste idee, le proprie e quelle dei colleghi, e di sottoporle a verifiche sperimentali riproducibili da chiunque, che possano chiarire se sono valide o meno. Gli scienziati si sono dannati per cercare le prove dell’esistenza dei buchi neri o della materia oscura. Sta a chi crede negli unicorni o nelle fatine del bosco fare altrettanto. In caso contrario, è liberissimo di “credere” alla loro esistenza, ma non di pretendere che essa faccia parte di un sapere condiviso e accettato dal resto dell’umanità. Il fatto che la scienza abbia sbagliato in passato e continuerà a sbagliare in futuro non è un bug, è una feature, come si dice. Non è un difetto: è la natura stessa del metodo scientifico e la ragione del suo successo. È chi si aggrappa a idee basate unicamente sul sentito dire, cocciutamente immutabili di fronte alle evidenze contrarie, che dovrebbe farsi qualche domanda in più sulla loro effettiva consistenza.
In sintesi: la scienza non crede che una teoria sia vera ma che questa sia — al momento — l’approssimazione che più si avvicina alla realtà. È molto più umile di quanto la maggior parte delle persone pensi.
Perché sono favorevole al suicidio
David Foster Wallace:
La persona la cui invisibile agonia raggiunge un livello in cui non è più sopportabile si ucciderà, così come una persona intrappolata in un edificio in fiamme alla fine si butterà dalla finestra. Non dare un giudizio affrettato sulle persone che si gettano dalle finestra di una stanza che sta bruciando. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo io o te se ci affacciassimo da una finestra più o meno situata alla stessa altezza; la paura di cadere rimane costante. La variabile, qui, è l’altro terrore, quello dovuto alle fiamme: quando ti raggiungono, morire per la caduta diventa il minore dei due. Non è un desiderio di gettarsi; è terrore delle fiamme. Eppure nessuno dal marciapiede, mentre guarda in alto e urla “No!” e “Tieni duro!”, può comprendere le ragioni del salto. Davvero, non può farlo. Dovresti essere intrappolato nelle fiamme tu stesso per comprendere un terrore più grande di quello di cadere.
Nessuna persona che si suicida vuole veramente morire, hanno tutti paura della morte come noi. Ma esistono paure più grandi, ben più difficili da affrontare.
Perché sono ateo ma ho deciso di credere
Sono il tipico ragazzo italiano. Cresciuto in una famiglia cattolica (quasi mai) praticante, Messa la Domenica quando non avevo le partite di pallone, Catechismo il Mercoledì.
Verso i quattordici anni sono subentrato nel periodo classico in cui criticavo e mettevo in discussione ogni autorità, dalla mia famiglia al sistema sociale. Il cattolicesimo ha avuto la sfortuna di incrociare la mia strada in quel frangente di tempo e neanche a dirlo è stato silurato.
A diciotto anni ho cominciato a pormi domande sul senso della vita, ma questa volta senza troppi preconcetti, grazie anche alla sempre più profonda comprensione delle filosofie occidentali degli ultimi millenni. Grazie Nietzsche.
Facendo un passo indietro, a quattordici anni ho anche avuto il mio primo incontro con le filosofie orientali, in particolare con lo Zen. Non l’ho mai capito veramente fino ad adesso. Non voglio rispiegare su cosa verta, potete leggere “Se ti chiederò di leggere questo articolo, uccidimi!” a riguardo. Ma torniamo ad oggi.
Parlo regolarmente di religione, ateismo, e più in generale metafisica con le persone che conosco. Una di queste mi ha spiegato la sua particolare posizione. Ve la illustro:
Simone era legatissimo a sua madre, Angela. Angela era l’unica persona che veramente capiva Simone. L’unica con cui parlare. Angela è morta. Simone adesso ha quasi cinquant’anni, una moglie, un figlio; una famiglia come quelle dei film. Non c’è nessuno, però, con cui Simone riesca a parlare come lo faceva con Angela.
Simone è una persona intelligente, sa che le storielle sul peccato originale, l’inferno, l’arca di Noè e tutto il resto sono, appunto, storielle. Simone ogni giorno combatte contro la vita, cerca di non affondare. L’unico pensiero che gli permette di non cedere è l’idea che un giorno riuscirà a rincontrare Angela, ci potrà fare una chiaccherata e parlarci liberamente. Come faceva una volta.
Simone è ateo, ma ha bisogno di credere.
So che il mondo non è giusto. O perlomeno, non è necessariamente giusto. Se io dono mille euro alla Croce Rossa non è detto che il karma se ne accorga e mi ricompensi con una promozione a lavoro. No, questa è un’illusione che abbiamo creato. Se doni mille euro alla Croce Rossa hai donato mille euro alla Croce Rossa. Non ci sono significati o conseguenze nascoste.
Lo Zen significa accettare lo stato delle cose. Accettare che puoi essere buono per tutta la vita ma non per questo sarai ricompensato. Accettare che la morte di tua madre non è conseguenza di un bel niente, se non della sua vecchiaia e del suo cuore che arrancava sempre di più. Accettare che l’universo è indifferente nei nostri confronti.
Eppure io sono debole. Sono una persona fragile. Non mi basta sapere che solo io condizionerò il mio destino. Ho bisogno di sapere che tutto questo abbia un senso, che è ben lontano dal senso cattolico, islamico o quant’altro. Devo poter vedere la stessa luce negli occhi delle persone che incontro per strada e con cui ho a che fare. Ho bisogno di sapere che anche loro credono che un mondo migliore sia possibile.
Sia chiaro, sono un ateo convinto e sono d’accordo con lo Zen. A volte, però, nel momento del bisogno, ho necessità di appoggiarmi ad un bastone tramite cui sorreggermi. Non sempre riesco a stare in piedi da solo e non credo che ci riuscirò mai.
Sono ateo, ma ho deciso di credere.
Sarò felice di pagare le tasse
In questi tempi di “Grande Recessione” non dovremmo cercare di nascondere i benefici di essere ricchi dietro le quinte. Dovremmo celebrare e incoraggiare le persone a fare più soldi possibile. “Profitti” significa “soldi da poter tassare”. Sebbene qualcuno trovi disdicevole dover pagare le tasse, io non la penso così. Lo trovo un gesto patriottico.
Se mai nel mio futuro sarò annoverabile tra i “ricchi”, dover pagare le tasse sarà l’ultimo dei miei problemi. Sarò fiero di farlo. Pagare le tasse significa decidere di togliersi qualche possibilità al fine di permettere a tutti di poter migliorare la propria qualità della vita. Significa credere che nonostante il duro lavoro fatto per raggiungere lo status attuale, siamo anche stati fortunati ad avere avuto la possibilità di iniziare questa scalata. Significa capire che abbiamo più soldi di quanti se ne potranno mai spendere, beni extra-lusso a parte che non servono davvero a nessuno.
Se un giorno quando farò la denuncia dei redditi mi accorgerò che coi soldi tassati avrei potuto comprare una Ferrari, o il primo computer mai usato da Steve Jobs, non sarò così infelice. Quei soldi saranno usati per portare l’acqua nelle case delle persone, per offrire un sistema di servizi pubblici, o per insegnare la storia e la matematica a dei bambini in modo che un giorno anche loro possano provare questa sensazione. Il denaro a me sottratto verrà usato per compiere l’atto più nobile di tutta la mia vita, sarò fiero di pagare le tasse — e di pagarne tante.
Velo di Maya
Dicono che il problema sia raggiungere l’abisso. Scavare sempre più in basso. Andare sempre più giù. Dicono che quando arrivi a toccare il suolo puoi solo che risalire. Se non puoi scendere, allora salirai.
Non hanno capito un cazzo.
La paura non ti devasta quando stai scendendo. Non ti attanaglia quando ti schianti. No, niente di tutto questo. Il terrore, quello vero, ti prende quando capisci che non tornerai mai più in superficie.
Sei cadi in un pozzo muori. Forse hai fortuna e vivi. Rimarrai paralizzato. La paura ti prende, è buio e non capisci cosa fare. Pensi che sai derivare con successo un’equazione di secondo grado, ma non hai la minima idea di come salvare la tua vita ed uscire. Grazie, liceo.
È per questo che la gente si ammazza. Raggiunge lo hiatus. Stallo. La calma perfetta. Tra 14 miliardi di anni l’universo avrà consumato tutta la sua entropia e si assesterà sui meno 143 gradi. Nessuna particella si muoverà più. Nessuna vita potrà nascere. La calma perfetta.
Se hai raggiunto questo stadio, la tua vita è finita. Non ti è concesso fidanzarti, trovare casa, accendere un mutuo, convivere, sposarti, fare figli, scoprire la passione per il golf, scopare di nascosto con una diciannovenne, cambiare moglie, fare un altro figlio, diventare un vecchio stronzo e rimbecillito, e morire. No. Se hai raggiunto questo stadio, la tua vita è finita. E lo sai.
Un momento Zen. Un attimo fugace in cui un cazzo di velo di Maya a pois viene spostato dal vento e che ti mostra la verità. Riesci a vederti con occhi obiettivi e sai che non ne uscirai mai. Puoi andare avanti, ma ormai lo hai capito. È fin troppo chiaro per continuare a fare finta di non comprenderlo.
Non è quando raggiungi l’abisso che la paura ti prende. È solo quando capisci di non poter più risalire, è solo in quel momento che il terrore si impossessa di te e smetti di vivere.
Boom. Sei morto. Un po’ però sei durato, dai.
Boom. Sei morto.
# Le montagne russe. Ecco cosa mi ricorda. Le montagne che se inizi con la discesa con la bocca aperta non riesci più a chiuderla. Gli occhi ti fanno male. C’è gente sotto di te Cristo Santo. Toglietevi, coglioni. Ma non ti hanno visto saltare?
§ Tua madre? No. L’università? No. Quella puttana della tua ragazza? Non scherzare. Per che cazzo sei morto allora? Che t’è preso per buttarti?
# Non era come avevi letto su wikipedia. Non è vero una sega, non sei ancora svenuto e i piani son quasi finiti.
§ Avevi tutto. Non è la solita frase fatta. Genitori che ti tirano dietro soldi. Una figa per svuotarti. Amici manipolabili.
# È adesso che dovrei rivedere il film della mia vita?
§ È per questo che ti sei trascinato? La verità è che nessuno sapeva cosa dovevi fare, e lo sapevi. Ma te lo sei fatto suggerire, la tua testa sapeva a cosa eri destinato, perché ha sempre intravisto cosa dovevi fare.
# È tutto finito. Adesso svieni. La melma nella tua scatola cranica va in black-out e termina la sofferenza. Non puoi reggere la pressione. Sei morto. Stai per morire. Ti sei buttato, sei già a buon punto. Ma che cazzo hai fatto. Ora non torni più indietro. Ma forse è un bene.
§ Tu la luce alla fine del tunnel l’hai vista appena nato.
# Chapeau. La maggior parte non arriva nemmeno a questo momento. Lo sai che se per disgrazia hai un’erezione perdi l’equilibrio e cadi? Li potrebbero fare più larghi, questi muretti.
§ Tanto di cappello. Hai interpretato alla perfezione la tua parte. Sei il regista della tua realtà. Hai popolato Matrix, ma la gente che ci hai messo non ti è mai piaciuta.
Un po’ però sei durato, dai.
Non sono un critico musicale ma penso di poter dire la mia sul concerto degli Arcade Fire a Lucca
A volte mi chiedo cosa si provi a essere uno che di musica se ne intende. Uno di quelli che ascoltano cinque nuovi album al mese, sempre sulla cresta dell’onda. Ne sapranno sicuramente più di me, e sicuramente sapranno descrivere in maniera più accurata la padronanza tecnica dimostrata da Tizio durante l’ultima Jam Session a quel circolo di artisti con ventitre persone presenti, tutti intenditori col baffetto.
Io con la musica ho un altro rapporto: non la divoro, la vivo. Non riuscirei mai a scrivere una recensione citando tutti i pezzi, andando ad allegare a ogni traccia una piccola battuta che ne faccia capire la sua interezza in una frazione di secondo. Sarò io, ma sono convinto che difficilmente una canzone sia sintetizzabile in poche parole — per quanto bravo sia il recensore. Se la musica fosse fatta solo da testi e note la vita del critico sarebbe facile: cerca di capire il tema comune, di cosa si parla, e per finire allunga il brodo con qualche commento pungente sull’incapacità del bassista di dare profondità all’ascolto. «Eh, fossero tutti come Peter Hook!»

Il problema è che la musica non è niente di tutto questo. O perlomeno, lo è solo in una minima parte. Negli anni, chi in un modo chi in un altro, tutti gli artisti hanno avuto un solo tema comune: la disillusione. Sono disilluso perché da piccolo la tipa che mi piaceva non mi ha mai considerato. Sono disilluso perché vedo una disparità socio-economica che dovrebbe far accapponare la pelle a chiunque la osservi. Sono disilluso perché mi son girati i coglioni e non ho trovato una soluzione.
Finisce che sì il testo di un pezzo è importante, ma parliamoci chiaro: ognuno ci legge un po’ quel che cazzo gli pare.
Pensare che gli Arcade Fire mi stavano sulle scatole (!) è inimmaginabile. Last.fm un bel giorno mi propose di ascoltare Haiti, la quale presto tacciai come lamento inascoltabile. Si vede che non ci capisco niente di musica, ma son fatto così, cosa ci vuoi fare.
Con The Suburbs ho riscoperto la bellezza di una musica pulita (ma elaborata), più accessibile della maggioranza dei pezzi che stavo ascoltando in quel periodo. Una musica quasi di cuore, ma son sicuro che non va descritta così, che di cuore è pure quello che scrive Gigi D’Alessio.
Pensare che gli Arcade Fire mi stavano sulle scatole è inimmaginabile, ma lo è ancora di più il rendermi conto che il loro concerto che ho visto Sabato scorso è stato il migliore che abbia mai visto. E a costo di sentirmi dire che ho una vita misera e grigia aggiungo: è stato pure uno dei migliori momenti di tutta la mia vita. Povero Diego.
La scaletta:
- Intro: un intro anni ’70 precede alcune scene vintage di Scenes from the Suburbs, un corto realizzato giusto qualche mese fa;
- Ready to Start: lentamente — quanto vigorosamente — gli AF entrano in scena, accolti da una folla tanto stanca quando riempita di gioia alla vista dei loro idoli;
- The Suburbs / The Suburbs (continued): …
… no, dai, o sono io a essere un pessimo recensore, o non funziona così.
Un concerto non è una serie di tracce una dopo l’altra. Non è l’acustica di un palco che lascia a desiderare. Non è una piazza che dovrebbe esser riempita per vedere i vincitori del Grammy per il miglior Album e invece sembra di stare in quei filmini sul Far West che se passa una palla di fieno almeno hai qualcosa da guardare. No, un concerto non è niente di tutto questo.
Un saggio disse “Se nella vita fai un lavoro che ami, nessuna mattina ti alzerai per andare a lavorare”. Sottotitoli per i non udenti: se vuoi vivere una vita felice, come lavoro fai qualcosa che ami perché altrimenti svegliarsi ogni mattina col broncio son cazzi amari. Vedere gli Arcade Fire suonare è vedere degli scemi che te ne accorgi subito che son contenti di stare lì a suonare. Gente che in quel momento non gli importa del resto del mondo, gente che vuole dare tutto per trasmettere delle emozioni — qualunque esse siano.
Mi sono ritrovato a guardare negli occhi la mia ragazza durante Neighborhood #1 (Tunnels) e piangere di gioia. La canzone è splendida, non lo metto in dubbio; ma sono i ricordi che ho condiviso con la mia ragazza che mi hanno fatto commuovere, non tanto l’urlo scriteriato di un Win Butler che si chiede «cosa cavolo sia successo ai suoi genitori» in una delle ultime battute.
Vedere Régine Chassagne ballare come potrebbe farlo solo una bambina di nove anni mi ha scombussolato. In un attimo la mia vena cinico-destruzionista è stata soppiantata da una leggerezza naïf che mi ha obbligato a non pormi troppe domande e a farmi spuntare un sorrisino pacato, di quelli ti vengono solo quando il tuo cane ti riporta ai piedi l’osso nonostante sia stremato (e sì, chiariamo, lo so che quello del cane e dell’osso è un cliché stra-abusato, ma non mi importa. Se avete un cane chiudete questa recensione, uscite subito e andate a giocarci, vi state perdendo qualcosa di meraviglioso).
Prendetemi per scemo, ma mi capita spesso di non sapere a memoria il testo di tutte le canzoni. O di quelle più importanti. O di quella che amo. Non lo faccio per pigrizia, mi viene naturale. Trovo più importante lasciarmi perdere nella musica, occhi chiusi e mente che lavora incessantemente. Una canzone come una metafora, deve indirizzarti verso un certo tipo di pensiero o ragionamento, ma lungi da lei obbligarti su un unico cammino. Un’approssimazione di uno stato d’animo, talvolta frainteso dall’ascoltatore.
Abbiamo affibbiato al sentimento di due vecchietti che a novanta anni continuano a cercarsi la mano l’uno con l’altro prima di iniziare a camminare la parola “amore”, ma è facile capire che dicendola ad alta voce le sue sfumature più flebili e sfuggenti vengono perdute.
Ed è ugualmente sciocco da parte mia cercare di descrivere il mescolamento di stati d’animo che ho provato durante quell’ora e mezzo; anche se fossi bravissimo non riuscirei mai a raggiungere il mio obbiettivo. “Obiettivo” con una sola “b”, cazzo, i veri recensori hanno cura maniacale della grammatica dei loro scritti.
«Se potessi riaverlo indietro, tutto il tempo che abbiamo sprecato, lo risprecherei ancora una volta. E ancora, e ancora, e ancora». Come darti torto, Win. A volte c’è da smettere di ragionare, smettere di farsi seghe mentali e lasciarsi andare alle più semplici emozioni. Quelle che evitiamo continuamente per paura che siano troppo intense, per paura di non avere la forza di reggerle.