Prendi un pezzo di cuore e posalo sul tavolino, nei prossimi dieci minuti non ti servirà.
In occasione del terremoto in Abruzzo scrissi questo pezzo, credo sia arrivato il momento di ripubblicarlo:
Prendi un pezzo di cuore e posalo sul tavolino, nei prossimi dieci minuti non ti servirà.
Guardi fuori dalla finestra, c’è la montagna bianca, la montagna guarda te. Ma quella non è una finestra, quella è lo spazio che ti separa dal non avere una pietra conficcata nella coscia. Ma è lontana, cazzo.
E’ surreale di come le pietre, che ti hanno insegnato essere esseri senza anima, alla fine siano anche quelle che riescono a sopportare stagioni di magra e tempeste, notti fredde e cose come questa. Non hanno un carattere forte come te, ma questa volta, a differenza tua, non se stanno andando via.
C’è perfino una casa, un muro, che sembra sorridere. Due quadri e una crepa. E’ il mondo che ti sfida, sei sbeffeggiato anche da un pezzo di casa.
Quando intorno a te comincia a farsi tutto sempre più rossastro, e ti chiedi quale sia la causa anche se lo sai benissimo, è proprio in quel momento che rivedi il cuore che avevi lasciato sul tavolino. Prendilo e accarezzalo. Senti come pulsa?
C’è sempre stato qualcosa di strano in te, hai sempre avuto due anime, due anime diverse ma che si completavano a vicenda. Ma ora che il cuore lo tieni tra le tue mani, e non è più tuo, lascia perdere. Guardi ancora, e la montagna comincia ad annebbiarsi. Sembra quasi che la montagna si sia stufata di guardarti, di guardare quelle che una volta erano delle case, e quella che era felicità. Non rimane più niente di tutto questo.
Sei sfinito. Ti sembra un’eternità da quando hai visto il lampadario cominciare a muoversi, sembrano passati anni. La barba ti arriva al collo, e te sei ancora qui a perdere sangue. Ti giri ancora verso la montagna, ma non la vedi. La montagna ha deciso di smettere di guardare questo orrore. E dici che ha ragione. Sei stufo anche te.
Non sapevo come dirvi mi dispiace, e ho deciso di dirvelo così
Così come l’altro, anche questo pezzo lo scrissi qualche anno fa, circa quattro. Un pensiero dedicato alle vittime di un terremoto - non ricordo quale purtroppo.
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Prendi un pezzo di cuore e posalo sul tavolino, nei prossimi dieci minuti non ti servirà.
Guardi fuori dalla finestra, c’è la montagna bianca, la montagna guarda te. Ma quella non è una finestra, quella è lo spazio che ti separa dal non avere una pietra conficcata nella coscia. Ma è lontana, cazzo.
E’ surreale di come le pietre, che ti hanno insegnato essere esseri senza anima, alla fine siano anche quelle che riescono a sopportare stagioni di magra e tempeste, notti fredde e cose come questa. Non hanno un carattere forte come te, ma questa volta, a differenza tua, non se stanno andando via.
C’è perfino una casa, un muro, che sembra sorridere. Due quadri e una crepa. E’ il mondo che ti sfida, sei sbeffeggiato anche da un pezzo di casa.
Quando intorno a te comincia a farsi tutto sempre più rossastro, e ti chiedi quale sia la causa anche se lo sai benissimo, è proprio in quel momento che rivedi il cuore che avevi lasciato sul tavolino. Prendilo e accarezzalo. Senti come pulsa?
C’è sempre stato qualcosa di strano in te, hai sempre avuto due anime, due anime diverse ma che si completavano a vicenda. Ma ora che il cuore lo tieni tra le tue mani, e non è più tuo, lascia perdere. Guardi ancora, e la montagna comincia ad annebbiarsi. Sembra quasi che la montagna si sia stufata di guardarti, di guardare quelle che una volta erano delle case, e quella che era felicità. Non rimane più niente di tutto questo.
Sei sfinito. Ti sembra un’eternità da quando hai visto il lampadario cominciare a muoversi, sembrano passati anni. La barba ti arriva al collo, e te sei ancora qui a perdere sangue. Ti giri ancora verso la montagna, ma non la vedi. La montagna ha deciso di smettere di guardare questo orrore. E dici che ha ragione. Sei stufo anche te.
Ormai è tardi, non troveremo nessuno. Cazzo. Aspetta, ho visto qualc.. Sì, sì, quello è sangue. Sembra fresco, qua sotto c’è qualcuno.
Voglio morire perché sono già morto
Perché non muoio ora. Perché non muoio ora. Oggi mi sono visto allo specchio: ho visto come sono realmente.
Mi ricordo quando lessi quel libro su un uomo solo, un uomo contro i vampiri. Lentamente impazziva. No, io sono lucido. E’ questo il mio problema.
Sono solo. Perché non muoio ora. Perché non muoio. Gli altri li posso vedere, ma loro non vedono me. Oggi ero vicino a uno di loro, oggi ero solo. Se n’è andato. Non ha preso vestiti, non ha portato niente con sé: ha detto che se ne andava perché non gli andava bene cosa era diventato. E’ partito, si è lasciato tutto dietro le spalle. Ma lui è rimasto uguale.
Non so fra quanto tempo farò la cosa giusta. Desidero morire ma non mi uccido; non ho il coraggio. Forse mi è sempre mancato quello.
Oggi ero tra di loro, ma non ero con loro. Non ci sono mai stato. Per tanto tempo ho dato la colpa a qualcosa di più grande, mi sono tolto la colpa. E sono stato bene. Poi è passata, era troppo facile. Sono un codardo, perché non muoio. Perché non muoio ora.
Non capisco come fanno loro. Io non ci riesco. Non ce la faccio proprio. Mi sono chiesto perché non muoio, e me lo chiedo ancora. Io non mi uccido, sono morto. Non riesco ad ammazzarmi perché sono già morto.
"I lutti, ce ne son di due tipi: i lutti che uno muore, ciao, e lì non c’è un cazzo da fare, e i lutti che sei tu, nella tua testa, che devi ammazzare una persona che invece esiste, cammina, vive respira scopa, anche, magari anche bene, insomma sta sul tuo stesso pianeta, che è intollerabile specie quando sei sicuro che quella lì è la persona della tua vita, quella giusta e ogni secondo passato a star lontani è uno spreco di perfezione e quindi niente, questa persona qua è viva, lutto un paio di palle e tu la vorresti accanto nei tuoi giorni belli, e meno belli e farle capire che con te potrà essere sempre se stessa e prendere le sue paure e farle piccoline e dirle le cose senza bisogno di dirle e tenerla per mano tutta la vita"
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Non ho parole.
Siamo tutti dei ladri ed è la cosa più normale del mondo
Oggi sui giornali locali è arrivata la notizia della protesta dei genitori delle scuole elementari di un paese vicino a causa dell’aumento di un Euro delle spese per la mensa, passate da 3 a 4 Euro. Si parla di quattro Euro per un pasto completo, non della massima qualità - ma completo. Nel momento in cui sono venuto a conoscenza della protesta mi sono lasciato andare ad una fragorosa risata: protestare per un aumento di un Euro è veramente ridicolo, soprattutto se si tratta di far mangiare tuo figlio! In seguito mi è stato fatto notare che il problema sta a monte, l’aumento è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il problema fondamentale è che ci sono certi bambini (e quindi i genitori) che non pagano per mangiare. Si tratta di figli di immigrati, che siano marocchini, tunisini, albanesi poco importa; mentre tutti ogni giorno pagano quattro Euro per mangiare loro si cibano a spese dello stato, o, per rendere la situazione più chiara, si cibano a spese delle altre famiglie.

Non dare da mangiare a questi figli di immigrati è - ovviamente - fuori questione; abbiamo una testa e la possiamo usare per capire che non sono loro a non pagare il costo della mensa, le loro “colpe” dipendono dalla malafede dei genitori. E, sinceramente, a trovarsi di fronte uno scricciolo alto poco più di un metro che visibilmente affamato chiede un piatto di pasta, sfido anche la persona meno empatica del mondo a non concederglielo.
Nel ragionare su questo avvenimento ho capito che la colpa non è nemmeno da far ricadere ai genitori di questi bambini. Chi, messo nella situazione di poter arrotondare qualche decina di Euro, non lo fa? Mi spiego meglio. Cercate di ricordare gli ultimi lavori che avete fatto o gli ultimi acquisti, non importa. È successo almeno una volta che abbiate ottenuto qualcosa (oggetto, pagamento) in nero? Vale anche se solo una parte dell’acquisto è stato fatto illegalmente. Ho usato la parola “illegalmente” perché di questo si tratta il “nero”, è rubare allo stato non pagando le dovute tasse.
Credo che pochi abbiano la coscienza pulita. Ma non vergognatevene, è una cosa normalissima (ma non per questo giusta!) che capita a chiunque. Nella mia università, ad esempio, ci sono vari distributori di merendine/bibite che non erogano il resto nel momento di un acquisto. Ovvero: compri una bottiglia di acqua che costa 40 centesimi, ma non avendo due monete da 20 ne inserisci una da 50 e 10 centesimi rimangono come credito nel distributore. Inoltre, sono disponibili delle “chiavette” che permettono di fare acquisti senza doversi portare soldi dietro, funzionano come le carte Poste-Pay, ovvero sono pre-ricaricabili. Be’, è pratica comune aggirarsi con queste chiavette e “mangiarsi” il resto lasciato nelle macchinette da altre persone, ottenendo così un guadagno a fronte di una spesa nulla. È legale questa procedura? Non direi proprio! Eppure in molti la attuano, io per primo.
Riuscite a vedere il nesso tra la vicenda della rivolta della mensa e i non-pagamenti effettuati al nero? In caso negativo ve lo delineo in un modo più diretto.
Fondamentalmente siamo tutti dei ladri. Perché comprare/pagare al nero si tratta di non pagare tasse allo stato e di conseguenza rubare alle altre persone (anche se indirettamente). Lo ripeto un’altra volta: se avete mai fatto qualcosa al nero siete dei ladri. Ma dov’è la differenza tra i 200€ non pagati allo stato nell’acquisto al nero del vostro nuovo portone di casa e i 4€ giornalieri non pagati dai genitori immigrati? Ve lo dico io: NESSUNO.
Voglio chiarire un aspetto, però, prima di continuare con la mia argomentazione. Lungi da me difendere questi genitori che fanno mangiare i figli nella mensa senza pagare, sono semplicemente dei ladri. Non difendo nemmeno chi rubacchia - un pochino - allo stato (o ad altri). Son entrambi atti riprovevoli e da condannare.
Il problema è che consideriamo illegale, o ingiusto, o condannabile, o “oh mio dio che persone di merda a farlo”, solo le cose che non facciamo anche noi. Scaricare illegalmente un’applicazione per iPhone da 10€ va bene perché costa troppo (e lo stiamo facendo noi, che siamo puri e nobili d’animo), ma far mangiare gratuitamente il figlio di otto anni alla mensa alle elementari è un atto punibile con la pena di morte (ecchecavolo, io i 4€ li pago!)
A volte prima di sputare sentenze e condannare il comportamento di altre persone, be’, bisognerebbe farsi un esamino di coscienza.
Di religione, Dio e spiritualismo
Pochi secondi fa ho pubblicato su Facebook una vignetta:

Aggiungendo:
Un grosso, enorme, gigantesco vaffanculo a Dio, gli oroscopi, il malocchio e tutte le stronzate che la gente si inventa per non essere obiettiva e riconoscere le proprie colpe.
Nei commenti ho avuto modo di chiarire la mia situazione riguardo alla religione e a Dio. Ve li cito interamente perché credo di essere riuscito a rendere al meglio i miei pensieri sintetizzandoli in poche frasi (io sono tutto fuorché sintetico) ma mantenendo, comunque, una discreta chiarezza. Il primo commento:
Il problema di Dio è che è una scusa. Sono buono solo perché così andrò in paradiso. Non faccio cattiverie così non vado all’inferno. No cazzo, così è troppo facile! Devi essere buono perché SAI che essere buoni è la cosa giusta, non perché te lo impone la mammina.
E infine il secondo e ultimo:
Non ho alcun problema con filosofie spirituali come Zen e amici belli, io stesso sono un “accanito fan” dello zen, per dirla semplice. Ma queste devono essere idee a cui aspirare, vie leggermente tracciate, non strade a senso unico. Altrimenti ci si riduce ad essere semplici pecore che chinano la testa e dicono di sì.
Il mio problema è con quelli che credono in Dio che dice “i gay sono contro natura” e “non usate i preservativi sennò vi spedisco all’inferno”. Le famose parole “ama il prossimo tuo come te stesso”, invece, sono quanto di più meraviglioso sia mai stato detto sulla Terra.
Aggiornamento del 21/12/10, ore 23:27.
Energio chiede:
Mi permetto di evidenziare una piccola falla nel tuo ragionamento quando dici che “SAI che essere buoni è la cosa giusta”. Per inciso, non voglio disquisire su Dio, ma solo sulla “ragione”. Come fai a saperlo che essere buoni è la cosa giusta?
Ti direi “boh”. Il saper discriminare tra giusto e non giusto deriva dalle tue regole morali. Persone diverse hanno principi morali diversi, perciò cercare un minimo comune denominatore tra di esse diventa un bel pattume. La regola generale è: segui i tuoi principi morali e cerca di fare in modo che non contrastino con la legge. A nessuno piace andare in galera. Il resto sono sfumature di grigio, non colori netti come il bianco e il nero.
Perdere l’allineamento - una guida per la vita
Non sono uno di quelli che crede che ognuno di noi abbia un compito nel mondo, un obiettivo inciso su una pietra custodita in paradiso. L’evoluzione ci ha dato il compito di sopravvivere, non di sentirci appagati. Ciò nonostante, ci piace sentirci felici. Sentirci compiuti. Ho trascorso gran parte della mia vita a cercare un argomento di cui mi potessi innamorare. Non credo di poter dire di averlo trovato ancora. O perlomeno, non ho avuto l’illuminazione dipinta dall’immaginario comune come un flash improvviso. In compenso ho imparato un paio di cosette che mi torneranno molto utili.
Ho scoperto che le persone non cambiano. Rimarrai ciò che sei per tutta la tua vita. Chiamalo come vuoi, ma il tuo comportamento, la tua morale, la tua anima: niente di tutto questo si sposterà di un solo millimetro nei prossimi dieci anni. Puoi continuare a mentirti, puoi anche non avere ancora capito chi sei realmente, ma non ti scrollerai mai di dosso il tuo vero te.
Chi sei, come facilmente intuibile, influenza pesantemente i tuoi interessi. Una persona buona non potrà mai fare il commerciante, lavoro nel quale bisogna - fondamentalmente - essere bravi a fregare il prossimo. Così come un egoista difficilmente diventerà medico. Ripeto, magari non sai ancora chi sei, ma il discorso non cambia. E, quando alla fine capirai, ti aspetteranno delle belle sorprese. “Belle” in senso lato.
Le persone non cambiano, ma non per questo qualcuno deve aver deciso cosa sono. La tua mente è plasmata dall’ambiente in cui vivi, le relazioni con le persone a te vicine e, in parte, dal tuo corredo genico. Sei il frutto di un enorme numero di fattori che ti hanno fatto diventare così come sei. Ma, data la complessità dei loro rapporti, sei per lo più il figlio bastardo del caso. Sei “croce” nel centomilionesimo lancio di una moneta da cinquanta centesimi. E non è detto che “testa” non sia uscito.
I tuoi interessi, perciò, da dove vengono? Fondamentalmente dal nulla. Una volta che sei riuscito a capire chi sei, solo in quel momento puoi scoprire ciò che ami. Spesso, però, le tue passioni sono dei buoni indicatori per rivelare la tua vera identità - anche se questa va ben aldilà. E considerato che il vero te è frutto del caso, pure i tuoi interessi lo sono. Non sto dicendo che questo sia un male o tu debba scoraggiarti. È come decidere di suicidarsi dopo aver scoperto che noi umani siamo solo un piccolo punto a nord dal centro della nostra galassia. Letti dal punto di vista dell’universo intero fondamentalmente non contiamo una sega, ma è da questo livello che dobbiamo vivere le nostre vite? No. Il sistema di riferimento in cui ci troviamo per tutta la nostra vita è un altro, ben più “terreno”. Non ho mai visto dei batteri presi dalla depressione cosmica, incapaci di continuare a vivere per via della loro scarsa intelligenza, e mai ne vedrò. Il livello da cui si analizzano è un altro, semplicemente.
Riuscire a determinare i propri interessi è fondamentale per vivere bene. Un tizio ha avuto la sapienza di dire: “Chi ogni mattina si alza per fare ciò che gli piace è uno che in tutta la vita non ha mai lavorato”. Quanto ha ragione! Come fai ad anche solo guardarti allo specchio e fidarti di te stesso se sai che stai per fare qualcosa di cui non vai fiero? Il buono di cui parlavo prima potrebbe certamente imparare a fare il commerciante e arrivare a conoscere le migliori tattiche per fregare il prossimo, ma riuscirebbe a raccontare ad un figlio del suo lavoro con gli occhi pieni di gioia? Non credo.
Capire cosa realmente ti piace è difficile, alcune persone non riescono a farlo in tutta la vita. Ci sono qualche trucchetti, tra cui il migliore è chiedersi: “Qual è la cosa che sapendo di avere un buco di un’ora (o più) nella mia giornata farei più volentieri?” C’è a chi piace leggere. Chi si diverte a giocare videogame retrò. Chi andrà in garage e smonterà la macchina per vedere perché andava male. Devo davvero mettermi a spiegare per filo e per segno cosa dovrebbero fare queste persone nella loro vita?
La lezione più importante che mi ha insegnato il minimalismo è togliere tutto il superfluo e rimanere con lo stretto necessario, così da spenderci più tempo e goderselo. Lo stretto necessario non significa vendere vestiti, computer e casa e andare a stare in una caverna sopravvivendo, tutt’altro. Significa far finta di vedere il film della propria vita e decidere di fare solo le cose che si è visto (suggerimento: le più importanti per noi) e non il resto. Il problema, però, nasce quando la purga è svolta correttamente, ma sono le basi di partenza ad essere sbagliate. Come fai a decidere di rimuovere tutto tranne “x” se non sai se “x” è ciò che ti piace realmente?
Tanti filosofi, poeti e scienziati si sono chiesti quale sia il vero significato di felicità e come sia possibile raggiungerla. Non sono un genio, ma credo di aver capito quali siano gli ingredienti base. Essere felici significa stare bene, non essere stressati, alzarsi la mattina e fare ciò che ci piace fare. In parole povere, essere felici significa allineare il nostro cammino quotidiano col nostro cammino “interiore”. Essi non coincideranno mai, ci sono troppi fattori casuali che andranno ad interrompere la sovrapposizione da voi creata, ma ciò non significa che non possiate avvicinarli il più possibile. E, come avrete capito, l’infelicità deriva dalla perdita di allineamento. Un gatto sarà felice solo se avrà modo di fare il gatto, non se deciderà di fare la parte del cane. [La metafora è pessima, ma dovrebbe rendere l’idea]
Capire qual è il proprio “cammino interiore” è fondamentale, ma ancora più importante è allinearlo a quello esteriore. E, ogni volta che vi sentite infelici, alzate lo sguardo e chiedetevi: “riesco a vedere la linea che stavo seguendo?”.
L’intelligenza artificiale - una introduzione
Come ogni maturando che si rispetti mi sono presentato alla commissione per l’esame orale con un breve approfondimento su un argomento a piacere. La mia scelta è ricaduta sull’intelligenza artificiale. Parlo poco di robot e macchine, di più di cosa veramente intendiamo con intelligenza e da dove deriva, quindi è una lettura che mi sento di consigliare a tutti e che non richiede conoscenze specifiche.
La tesina è strutturata come una discussione ed è formata da tanti “pezzi di puzzle” leggibili separatamente; ciò non toglie, comunque, che leggerla seguendo l’ordine che ho deciso sia la scelta migliore per chi vuole comprenderla appieno.
La potete scaricare gratuitamente seguendo questo link e potete usarla in qualunque modo vogliate. Se la citate, o la prendete come esempio, o anche la copiate pari pari, non è un problema. L’unica cosa che vi chiedo è di farmelo sapere scrivendomi a meCHIOCCIOLAdiegopetrucciPUNTOit.
Nota: Verso la fine parlo di un video, lo potete trovare qui.
Dieci minuti spesi bene come non lo facevo da tanto tempo.