Il mio “io” pensatore e’ un gran figlio di puttana

La più grande dote dell’uomo è il pensiero, nessuno lo metterebbe mai in dubbio. È il pensiero a distinguerci dagli (altri) animali, è il pensiero che ci ha permesso di andare sulla Luna — pensateci per un secondo, siamo andati sulla Luna! — ed è il pensiero che ha dato la possibilità all’umanità di prosperare. Anche gli altri esseri viventi pensano, siamo d’accordo, ma io intendo un certo tipo di pensiero, quello dell’uomo. La possibilità di analizzare situazioni complesse e capirne cause e conseguenze, nonostante le centinaia di variabili implicate.

Pensare è meraviglioso, ma pensare ti distrugge. Un mio conoscente ha scritto su Facebook: “La felicità delle persone è direttamente proporzionale alla loro ignoranza”. Lasciando un momento da parte la pseudo-discriminazione verso una certa fetta di popolazione che quella frase lascia a intendere, mi concentrerei sul suo significato: perché gli ignoranti sono felici? “Ignorare” = “non sapere”, “non sapere” è una diretta conseguenza del porsi poche domande. È una diretta conseguenza del non pensare — in un certo modo.

La storia, o perlomeno la visione romantica lasciataci da essa, ci racconta che tutti i più grandi intellettuali del passato sono stati grandi pensatori e, in quanto tali, lacerati da questo “vizio”. Quando cominci a porti domande pesanti, quando lasci perdere preconcetti e pregiudizi, solo in quel momento si rivelano le questioni più essenziali e dolorose: cosa siamo? Qual è il nostro scopo, ammesso di averne uno? Cosa succederà alla nostra anima/spirito/mente dopo la nostra dipartita?

Il mio pensiero è stato forgiato da cinque anni di Liceo Scientifico, con un professore particolarmente capace e carismatico. So quindi la risposta biologia a queste domande. Cosa siamo? Organismi governati dal nostro DNA. Abbiamo uno scopo? Sì, mantenerci in salute fino alla pubertà e giunto il momento procreare, procreare, procreare. Cosa ci succede dopo la morte? Niente. Lentamente i nostri organi smettono di funzionare, il corpo si decompone e le cellule vengono “smontate” da organismi che ne trarranno beneficio. E la nostra mente, dove va a finire? Come ho detto tempo fa, la nostra mente, il nostro “io”, è solo un effetto collaterale dell’intricato ammasso di neuroni che compone il nostro cervello e dei vari sistemi che — salendo di complessità — troviamo, fino ad arrivare a ciò che chiamiamo pensiero.

Uno scenario desolante, potrebbe dire qualcuno. Ma è davvero così? Se posso permettermi di dire la mia, be’, direi di no. Il mio calendario segna 29 Marzo 2011 e Wikipedia dà come popolazione mondiale il numero 6,9 miliardi. 6,9 miliardi. Siamo capaci di comprendere davvero questo numero? Pensate alle persone che conoscete: 20 persone dalle elementari, 20 dalle medie, 20 dalle superiori, 50 dall’università, 20 dal lavoro, 10 il vostro gruppo di amici, 20 familiari, più aggiungiamo un bonus di altre 50 anime al conto. Circa 200 persone. 200 persone sono molte meno di mille. Mille sono molto meno di diecimila, diecimila di cento mila, cento mila di un milione, un milione di dieci milioni, dieci milioni di cento milioni, cento milioni di un miliardo, un miliardo di 6,9 miliardi. E, ancora, sono sicuro di non aver reso l’enormità di questo numeretto. Ma passiamo avanti.

Cosa siamo in confronto a centomila persone? Niente. Il mondo può benissimo continuare senza di noi e non battere ciglio. Presi individualmente siamo inutili. Ma questo è un buon motivo per smettere di vivere? Per lasciarsi dilaniare dalla complessità della vita? Riagganciandomi al ragionamento di prima; va bene, la nostra apparizione nel teatrino “Terra” è fugace, fragile e dalle poche conseguenze. Smettiamo di vivere, quindi?

“Il pensiero della morte è atroce”, recita continuamente un mio caro amico. “Il pensiero di poter a mala pena scalfire la direzione presa dall’umanità è atroce” mi sentirei di aggiungere. “Il pensiero di poter essere soltanto una pallida ombra di ciò che vorrei essere veramente è atroce”, continuerei. Potrei andare avanti, ma mi fermo qua.

Ogni giorno devo combattere contro il mio “io” pensatore che pone domande scomode al mio “io” morale, al mio “io” pratico, al mio “io” quotidiano. Ma è quell’“io” maledetto che, come il maschio della mantide mentre si offre come pasto alla sua compagna che porta in grembo la propria prole, mi permette di andare avanti.

  1. energio said: Se posso, affronti solo metà del problema. Ti lasci sopraffare dal lato “scientifico” della forza, ma non giungi fino all’ultima naturale conclusione. Ti faccio un esempio: del prof ti sei fidato, e la fede è un metodo di conoscenza… a te la palla
  2. diegopetrucci posted this