Non sono un critico musicale ma penso di poter dire la mia sul concerto degli Arcade Fire a Lucca

A volte mi chiedo cosa si provi a essere uno che di musica se ne intende. Uno di quelli che ascoltano cinque nuovi album al mese, sempre sulla cresta dell’onda. Ne sapranno sicuramente più di me, e sicuramente sapranno descrivere in maniera più accurata la padronanza tecnica dimostrata da Tizio durante l’ultima Jam Session a quel circolo di artisti con ventitre persone presenti, tutti intenditori col baffetto.

Io con la musica ho un altro rapporto: non la divoro, la vivo. Non riuscirei mai a scrivere una recensione citando tutti i pezzi, andando ad allegare a ogni traccia una piccola battuta che ne faccia capire la sua interezza in una frazione di secondo. Sarò io, ma sono convinto che difficilmente una canzone sia sintetizzabile in poche parole — per quanto bravo sia il recensore. Se la musica fosse fatta solo da testi e note la vita del critico sarebbe facile: cerca di capire il tema comune, di cosa si parla, e per finire allunga il brodo con qualche commento pungente sull’incapacità del bassista di dare profondità all’ascolto. «Eh, fossero tutti come Peter Hook!»

Il problema è che la musica non è niente di tutto questo. O perlomeno, lo è solo in una minima parte. Negli anni, chi in un modo chi in un altro, tutti gli artisti hanno avuto un solo tema comune: la disillusione. Sono disilluso perché da piccolo la tipa che mi piaceva non mi ha mai considerato. Sono disilluso perché vedo una disparità socio-economica che dovrebbe far accapponare la pelle a chiunque la osservi. Sono disilluso perché mi son girati i coglioni e non ho trovato una soluzione.

Finisce che sì il testo di un pezzo è importante, ma parliamoci chiaro: ognuno ci legge un po’ quel che cazzo gli pare.

Pensare che gli Arcade Fire mi stavano sulle scatole (!) è inimmaginabile. Last.fm un bel giorno mi propose di ascoltare Haiti, la quale presto tacciai come lamento inascoltabile. Si vede che non ci capisco niente di musica, ma son fatto così, cosa ci vuoi fare.

Con The Suburbs ho riscoperto la bellezza di una musica pulita (ma elaborata), più accessibile della maggioranza dei pezzi che stavo ascoltando in quel periodo. Una musica quasi di cuore, ma son sicuro che non va descritta così, che di cuore è pure quello che scrive Gigi D’Alessio.

Pensare che gli Arcade Fire mi stavano sulle scatole è inimmaginabile, ma lo è ancora di più il rendermi conto che il loro concerto che ho visto Sabato scorso è stato il migliore che abbia mai visto. E a costo di sentirmi dire che ho una vita misera e grigia aggiungo: è stato pure uno dei migliori momenti di tutta la mia vita. Povero Diego.

La scaletta:

  • Intro: un intro anni ’70 precede alcune scene vintage di Scenes from the Suburbs, un corto realizzato giusto qualche mese fa;
  • Ready to Start: lentamente — quanto vigorosamente — gli AF entrano in scena, accolti da una folla tanto stanca quando riempita di gioia alla vista dei loro idoli;
  • The Suburbs / The Suburbs (continued): …

… no, dai, o sono io a essere un pessimo recensore, o non funziona così.

Un concerto non è una serie di tracce una dopo l’altra. Non è l’acustica di un palco che lascia a desiderare. Non è una piazza che dovrebbe esser riempita per vedere i vincitori del Grammy per il miglior Album e invece sembra di stare in quei filmini sul Far West che se passa una palla di fieno almeno hai qualcosa da guardare. No, un concerto non è niente di tutto questo.

Un saggio disse “Se nella vita fai un lavoro che ami, nessuna mattina ti alzerai per andare a lavorare”. Sottotitoli per i non udenti: se vuoi vivere una vita felice, come lavoro fai qualcosa che ami perché altrimenti svegliarsi ogni mattina col broncio son cazzi amari. Vedere gli Arcade Fire suonare è vedere degli scemi che te ne accorgi subito che son contenti di stare lì a suonare. Gente che in quel momento non gli importa del resto del mondo, gente che vuole dare tutto per trasmettere delle emozioni — qualunque esse siano.

Mi sono ritrovato a guardare negli occhi la mia ragazza durante Neighborhood #1 (Tunnels) e piangere di gioia. La canzone è splendida, non lo metto in dubbio; ma sono i ricordi che ho condiviso con la mia ragazza che mi hanno fatto commuovere, non tanto l’urlo scriteriato di un Win Butler che si chiede «cosa cavolo sia successo ai suoi genitori» in una delle ultime battute.

Vedere Régine Chassagne ballare come potrebbe farlo solo una bambina di nove anni mi ha scombussolato. In un attimo la mia vena cinico-destruzionista è stata soppiantata da una leggerezza naïf che mi ha obbligato a non pormi troppe domande e a farmi spuntare un sorrisino pacato, di quelli ti vengono solo quando il tuo cane ti riporta ai piedi l’osso nonostante sia stremato (e sì, chiariamo, lo so che quello del cane e dell’osso è un cliché stra-abusato, ma non mi importa. Se avete un cane chiudete questa recensione, uscite subito e andate a giocarci, vi state perdendo qualcosa di meraviglioso).

Prendetemi per scemo, ma mi capita spesso di non sapere a memoria il testo di tutte le canzoni. O di quelle più importanti. O di quella che amo. Non lo faccio per pigrizia, mi viene naturale. Trovo più importante lasciarmi perdere nella musica, occhi chiusi e mente che lavora incessantemente. Una canzone come una metafora, deve indirizzarti verso un certo tipo di pensiero o ragionamento, ma lungi da lei obbligarti su un unico cammino. Un’approssimazione di uno stato d’animo, talvolta frainteso dall’ascoltatore.

Abbiamo affibbiato al sentimento di due vecchietti che a novanta anni continuano a cercarsi la mano l’uno con l’altro prima di iniziare a camminare la parola “amore”, ma è facile capire che dicendola ad alta voce le sue sfumature più flebili e sfuggenti vengono perdute.

Ed è ugualmente sciocco da parte mia cercare di descrivere il mescolamento di stati d’animo che ho provato durante quell’ora e mezzo; anche se fossi bravissimo non riuscirei mai a raggiungere il mio obbiettivo. “Obiettivo” con una sola “b”, cazzo, i veri recensori hanno cura maniacale della grammatica dei loro scritti.

«Se potessi riaverlo indietro, tutto il tempo che abbiamo sprecato, lo risprecherei ancora una volta. E ancora, e ancora, e ancora». Come darti torto, Win. A volte c’è da smettere di ragionare, smettere di farsi seghe mentali e lasciarsi andare alle più semplici emozioni. Quelle che evitiamo continuamente per paura che siano troppo intense, per paura di non avere la forza di reggerle.